Sexy Capitalist

Il mio primo conto in banca l’ho aperto quando avevo 11 anni. E’ stato, in un certo senso, un giorno significativo della mia pre-adolescenza. Una di quelle occasioni in cui ti senti grande e cominci a pensare di contare qualcosa nel mondo degli adulti anche se, di fatto, nei sei ancora molto distante. Così ti dai un tono. Cerchi una discreta approvazione negli sguardi senza però far percepire la tua insicurezza. Mi ricordo che in cambio del mio patto con le banche mi regalarono un cd di Ligabue. Come ringraziamento per essere diventato anche io uno di loro. Per essere ufficialmente entrato nel sistema-capitale. Finalmente avevo anche io un numero dove farmi mandare i soldi. La cosa strada è che mi ricordo a memoria il numero di conto ma non mi ricordo il nome della banca. Forse perché, alla fine, una banca vale l’altra. Così come un numero vale l’altro, vero, ma quello era il mio primo numero. E per me valeva. Ligabue di per sé non l’ho mai ascoltato molto ma ai tempi in un certo senso rappresentava qualcosa. Era una buona metafora del diventare grande. Non era più tempo di ascoltare musica da bambini. Era tempo di ascoltare musica rock. Poi si cresce e nel crescere si capiscono gli equilibri che stanno dietro le cose. Così non ci ho messo molto a capire che tanto Ligabue non era musica rock quanto un conto in banca non bastava per sentirsi grande. Ma quelli erano ancora tempi da boom economico, gli anni ’80 erano finiti da poco, la gente spendeva ancora tanto e le banche potevano permettersi di fare regali a tutti, persino a chi apriva un conto con poche lire. Il capitalismo ai tempi era ancora il vero capitalismo. Quello spregiudicato che non aveva bisogno di giustificazioni o ideali. Il capitalismo fine a se stesso. Io ovviamente tutto questo non lo sapevo. Avevo 11. Avevo un conto in banca e ascoltavo Ligabue. Mi sentivo grande. Poi le cose cambiano. E dopo l’euforia degli anni ’80 il presente porta il conto del suo passato e così il capitalismo non viene più visto di buon occhio tanto da costringerlo a correre a lavare i suoi panni sporchi nel fiume sacro della responsabilità d’impresa così da tornare, pulito come non mai, a vestire il ruolo di salvatore del mondo. Bill Gates la smette di intasare il mondo con aggiornamenti di Windows e salva milioni di vite, l’ultra ricco per i suoi 50 anni non si compra più la Porsche ma finanzia un progetto in Africa e la banca Mediolanum per ogni conto aperto non regala più cd ma fa studiare un bambino di Haiti per un mese. Così ecco la novità. Il capitalismo senza ideali degli anni ’80 è finito o meglio si è trasformato in un eco-Capitalismo che fa del bene al mondo e salva le coscienze. Ma la domanda ora è. Chi salva chi? Il capitalista salva il bambino povero dalla fame o il bambino povero salva il capitalista dalla propria coscienza? Quando apro un conto chi mi deve ringraziare, il bambino povero o il capitalista ricco? Quando compro qualcosa cosa sto comprando? Una cosa o un’ideale? Ma soprattutto, esiste oggi un ideale che non sia mercificabile? Qual è il limite tra marketing e realtà? Non lo so. Forse non posso saperlo. Quello che so è che viviamo nell’era del capitalismo culturale e, parafrasando Baricco in chiave cutural-capitalistica, non sei fregato veramente finché hai da parte un buon ideale e qualcuno cui venderlo.
