
Underground Underpressure
Introduzione al catalogo della mostra “Sotto Pre55ione”.
La Street Art oggi è come l’aria dentro la bomboletta che l’ha generata. Sotto costante pressione. Mediatica, artistica, economica e legale. Sembra sempre ad un passo dall’esplosione. In bilico costante tra l’esser bolla o l’esser parte di una storia dell’arte nuova che vede nella Street Art un respiro alternativo alla claustrofobia dell’arte concettuale. Ma qual è la natura di questa presunta pressione? L’equivoco mediatico che alimenta le rubriche di magazine e quotidiani sta proprio nel pensare alla Street Art come ad un grosso calderone dentro cui ci finisce tutto. Dal graffito alla tag. Dalla poesia all’illustrazione. Senza fermarsi a riflettere sull’essenza delle singole espressioni che la strada ci propone. Questa pressione svanirebbe se andassimo oltre lo scomodo significante della street art e ci soffermassimo sui contenuti che stanno dietro a questa facciata per rendersi conto dell’intensità e della potenza comunicativa di chi sceglie la strada come proprio mezzo di espressione artistica. Eppure oggi sotto il peso di una pressione apparente molti street artists mettono la strada da parte per rifugiarsi in comode gallerie che, come bordelli dell’estetica contemporanea, sembrano aver aperto le loro porte alla Street Art. Cataloghi, critici, muri bianchi, limiti, mercati, rialzi, televendite, musei, aste, sfuocate beneficenze, tele, cavalletti, smalto, tutti feticci di un simbolico distrutto dietro iperbolici immaginari e vertiginosi coefficienti. Questa è la vera radice della pressione della Street Art oggi che paradossalmente è generata dalla perdita della pressione che per anni è stata sostanza e motore dell’agire in strada. La pressione dell’anonimato, del buio, dell’illegalità, del cercar di accendere riflettori spenti, del gusto jekylliano del dar sfogo ad un proprio alter ego artistico. Tutti elementi che oggi la Street Art, sempre più osannata, sta perdendo rischiando di divenire prigioniera di un mercato che non le appartiene. E così ha inizio la fiction della street art dove le puntate sono mostre decontestualizzate di “street art senza strada” che piace e non disturba, un po’ come la coca cola light che piace ma non fa ingrassare. In questo contesto ambiguo di passati fieri e futuri incerti si sviluppa l’arte del collettivo INT 55 collocandosi a metà strada tra l’energia di chi ancora ha voglia di agire in strada e la frenesia di chi corre dietro ad uno scintillio fugace. Attraverso il canale della strada, da otto anni gli INT 55 inventano mondi ritagliandosi spazi espositivi tra le vie della città che li ha adottati portando avanti una campagna artistica attraverso stencil, installazioni e graffiti volta a portare l’arte a tutti non solo come mero godimento estetico ma anche come mezzo per stimolare la criticità di un pubblico distratto che camminando per le strade di Milano si ritrova davanti ad opere di arte contemporanea decontestualizzate dai contesti di fruizione artistica istituzionale. Come Duchamp portava il quotidiano in contesti artistici così gli INT stravolgono la percezione della cultura portando la propria arte nel quotidiano urbano attraverso detournement artistici che colgono il proprio visitatore di sorpresa spiazzandolo. La loro è un’arte in costante sperimentazione che travalica, tanto in strada quanto in galleria, i limiti canonici della fruizione artistica. Un’arte indisciplinata che gode del marchiare il territorio, del farsi vedere e del differenziarsi. Un’arte figlia del bombardamento mediatico tipico del contemporaneo dove tutto viene mixato e riproposto. I lavori degli INT 55 sono un melting pot di stili e citazioni. Figure, lettere e colori che gli INT 55 incidono nelle fessure grigie di una Milano da reinventarsi, interpretando a loro modo la monotonia di una vita frenetica scandita da orari sempre più stretti e colori sempre più muti. Mixando l’arte del graffito, con la grafica. Il writing old school con il lettering cinquecentesco. In questa mostra Shineroyal, Kunos e Awer si fanno gioco di una pressione fittizia, appiccicando le proprie tele al muro come schiacciate dal contesto di fruizione. Tele, puppets e supporti in legno ospitano un’arte meticcia influenzata dai miti pop del passato e dalle strade newyorkesi degli anni ottanta. Il collante di ogni loro atto artistico sembra essere la ricerca comune di un’entusiasmo esplosivo, ironico e trascinante che li porta sempre verso nuove derive. Dalla street art al situazionismo. Dai collage pop di Richard Hamilton alle grafiche di David Carson. Dal simbolismo pop al writing, negli INT 55 vedo molto di quello che potrebbe essere il futuro della Street Art italiana. Sempre che non si lascino fagocitare dal mondo sterile della business art.