
Prinçesa
Introduzione al catalogo della mostra “Viados”.
Dopo un anno dalla lunga odissea di “Street Art Sweet Art”, mostra chiave dell’evoluzione della street art italiana, la Street Art si ritrova oggi persa a metà strada tra le stelle e quel che è solo un luccichio artificioso. Tra un passato di illegalità, libertà e bomboletta e un futuro incerto fatto di istituzionalità ambigue, muri bianchi e gallerie claustrofobiche. In mezzo, come in tutte le trasformazioni, la Street Art sopravvive e si guarda intorno come persa in un’adolescenza cercata ma in fondo non voluta. Come la Prinçesa di De André che dall’alto di una sessualità ibrida fatta di seni artificiosi e vertiginose anestesie regalava il proprio cuore ad avvocati d’alto bordo e adescava passanti per la strada così la Street Art si trova oggi a dover fare i conti con i paradossi del sistema dell’arte contemporanea in conflitto perenne tra la sua anima underground e il brillio fugace di un coefficiente a tre zeri senza rendersi conto di essere finita all’interno di un calderone mediatico dove tutto ciò che è in strada viene etichettato con definizioni sempre differenti e mai corrette. Dal “Vandalismo” alla “Graffiti Art” dalla “Aerosol Art” al “Writing” da Haring a Banksy, tutto finisce sotto la grande macrocategoria di “street art”. Perché ora questo è quello che colpisce di più l’opinione pubblica, questo è quello che divide e crea audience. Eppure mai come ora, dal mio punto di vista, è chiaro cosa sia la Street Art. Prima di tutto la Street Art non è un movimento artistico. La Street Art è un mezzo di comunicazione. Gli street artist non sono altro che artisti che scelgono, tra i diversi mezzi di espressione a disposizione, la strada per diffondere la propria arte. Ivan è prima di tutto un poeta che usa la strada come pagina per le sue poesie. Pao è un designer che usa la strada per le sue sculture. Sonda è un illustratore e pittore che, oltre alla carta e la tela, sceglie la strada come proprio spazio espressivo. Ed è proprio in questa visione che la Street Art si differenzia da qualsiasi movimento artistico che pone la strada come propria matrice. Il writing, il grafittismo e la tag muoiono fuori da un muro perché la strada è sostanza della loro arte. La street art invece vive anche fuori dalla strada proprio perché la sua forza non si limita alla superficie in cui si sviluppa ma vive del messaggio che rappresenta. La potenza comunicativa della Street Art è declinabile ovunque. Dai panettoni urbani alle saracinesche. Dai semafori alle pareti bianche di una galleria. Chi fa street art lo fa con l’energia irriverente e coinvolgente dei primi happening firmati Kaprow e Cage, con la forza materica delle superfici mangiate da Tapies, Pollock e Dubuffet in un costante tentativo di impressionare, affabulare e colpire. Questa è l’essenza della Street Art. La voglia e la necessità di comunicare nel modo più diretto possibile. In assoluta controtendenza con il concettualismo di Kosuth o il minimalismo di Sol Lewitt, la Street Art parla a tutti, vibra tra le strade pescando ispirazione ovunque. Gli street artist sono prima di tutto antropologi del contemporaneo che con ironia rimescolano le influenze di un presente fatto di bombardamenti mediatici e sovraccarichi comunicativi e le riversano su qualsiasi superficie. Non ho idea di quale possa essere il futuro di questa Arte. Forse tra cinquant’anni verrà studiata come l’Arte di inizio secolo, l’Arte che ha gettato le basi del nuovo immaginario dell’arte contemporanea, oppure nessuno si ricorderà della Street Art italiana e l’avranno vinta tutti coloro che ora hanno venduto la propria libertà artistica in cambio di un’effimera gloria mediatica. Per ora non posso che sperare in un gruppo di artisti che, come i pensionati rivoluzionari della banca-vascello dei Monty Phytons persa nei mari impetuosi di una Wall Street in caduta libera, prenderanno il timone di un’arte alla deriva e continueranno a giocarci per il solo gusto di creare oasi di bellezza in mezzo a città sempre più grigie.