
Empire Street Building
Introduzione al catalogo della mostra “Scala Mercalli” edito da DRAGO.
La street art si ritrova oggi persa a metà strada tra le stelle e quel che è solo un luccichio artificioso. Tra un passato di illegalità, libertà e bomboletta e un futuro incerto fatto di istituzionalità ambigue, muri bianchi e gallerie claustrofobiche. Siamo nello “stadio del simulacro” della street art dove la finzione dell’arte rappresentativa di strada è diventata finzione di se stessa, attraverso la meta rappresentazione di un’arte che si è costituita come consapevole e ricercata duplicazione di una realtà urbana. Una spettacolare inversione di rotta che pone la street art in una nuova dialettica di fruizione dove non è più l’opera ad andare incontro al pubblico, attraverso il canale universale della strada, ma è il pubblico che incuriosito va ad esplorare il mondo della street art attraverso i canali più educati delle istituzioni e dei suoi spazi bianchi dove il godimento e la percezione dell’opera si fanno meccanici e fittizi. La street art è oggi come l’Empire State Building visto attraverso la pellicola sgranata di Andy Warhol dove l’oggetto in sé viene elevato ad opera d’arte solo perché ufficializzato da una ri-presa d’autore che ne segna il passaggio da oggetto urbano ad oggetto artistico. Un’astuta operazione di art fiction che porta dentro i confini di un nuovo immaginario la rappresentazione della realtà che trova, solo all’esterno, la propria realizzazione completa. Oggi la macchina da presa non è più l’occhio gelido di Warhol che ritrae con fredda oggettività una rinascita artistica e sociale fatta di comunicazioni di massa e riproduzioni in serie. Oggi la chiave di volta è il meccanismo stesso dell’arte contemporanea che cristallizza la street art e la rende prigioniera di un sistema basato su una dialettica paradossale e perversa per cui la non-street-art, rappresentata dalla finzione della street art posta sotto la bacheca sterile della galleria, è più-street-art della vera essenza della street art che non può che trovarsi in strada, riducendo le mostre a immersioni totali in un’opera di non-street-art. Seguendo questa direzione i lavori sui muri e nelle strade vengono cancellati in nome di un ordine apparente mentre quelli esposti in galleria vengono scanditi da vertiginosi coefficienti di vendita. Siamo di fronte ad un’altra vittoria dell’immaginario su un simbolico ormai frantumato dall’era del bombardamento mediatico. Tutto viene valorizzato solo se alleggerito della propria sostanza e messo sotto i riflettori mediatici contemporanei. Come se il piano dell’essenza della street art si fosse spostato da quella che un tempo era la sua reale sostanza. La street art svuotata della strada trova la sua consacrazione nell’istituzione dell’arte contemporanea divenendo così un’arte edulcorata che sfugge le dinamiche tradizionali di fruizione, ma ne rispetta i limiti e le regole riducendo così l’impero della street art come l’aria dentro la bomboletta che l’ha generata. Sotto costante pressione. Mediatica, artistica, economica e legale. Sempre ad un passo dall’esplosione. In bilico costante tra l’esser bolla o l’esser parte di una storia dell’arte nuova che vede nella street art un respiro alternativo alla claustrofobia dell’arte concettuale. Il calderone mediatico che ha caratterizzato questa espressione fin dal suo nascere, i vertiginosi coefficienti di Banksy e l’apertura della street art al perverso mercato dell’arte contemporanea hanno posto le basi alla fine del mondo della street art proprio nel momento del boom della sua crescita culturale. Perché tutto è divenuto street art. Senza distinzioni. Così, nella mostra più grande mai organizzata sulla street art italiana, tutte le arti sono egualmente accettate. Dalla poesia di ivan alle illustrazioni di fupete. Dall’arte pop di tv boy alle sculture di joys. Perché nessuno vuole perdere il treno della street art. E, anche se pieno, tutti vogliono il loro posto riservato per dimostrare come, in fondo, la strada non sia altro che un canale di comunicazione per un’arte che va oltre i luoghi comuni e le critiche sterili. Perché la forza della street art sta proprio nella sua capacità di essere tutti i movimenti contemporaneamente senza esserne realmente nessuno. Nella street art c’è poesia, grafica, illustrazione, scultura, pittura e light design. La street art è un melting pot di secoli di arte spalmati tra le fessure di contesti urbani ridisegnati dove l’energia irriverente e coinvolgente dei primi happening firmati Kaprow e Cage si mescola alla forza materica delle superfici mangiate da Tapies, Pollock e Dubuffet. Dove l’immediatezza comunicativa del neo-dadaismo e del situazionismo si fonde all’ironia frammentata del post moderno e alle iconografie religiose del tardo Medioevo. La street art non è un movimento d’arte facilmente incastrabile in regole e manifesti. La street art è un’attitudine al conquistare spazi sempre più grandi con la stessa energia che spingeva i Guerrieri della Notte nella loro fuga verso Coney Island. In questa mostra, come un anno fa al Pac, abbiamo creato un ritratto soggettivo di uno dei tanti immaginari contemporanei della street art, cavalcando la scossa di un terremoto che, nonostante tutto, ha ancora il suo epicentro in mezzo alla strada.